Una mezza lirica di sei minuti composta di parole sconclusionate: Bohemian Rapsody

Decidete subito cosa per voi deve essere un film sui Queen.

Se credete debba essere un documentario fedele alla cronologia degli eventi che hanno segnato la storia della band, potete navigare sul web e guardare tutto il materiale biografico a disposizione. Se pensate, invece, che un film sui Queen debba essere innanzitutto ciò che i Queen sono: spettacolo, uno dei più grandi spettacoli mai avutisi nel mondo della musica, allora, signore e signori, quest’opera fa per voi.

Così come sottolineato dalla critica, nel film ci sono alcune imprecisioni storiche. Una tra le più evidenti è la scoperta della sieropositività di Freddie Mercury che nella realtà avvenne tempo dopo la partecipazione della band al Live AID, il concerto del 13 luglio 1985 trasmesso in mondovisione dallo stadio di Wimbledon al quale parteciparono le più grandi star della musica.

Brian May, chitarrista dei Queen, interpretato da un incredibilmente somigliante Gwilym Lee, racconta nelle sue interviste di come ogni concerto seguisse una propria scaletta per ottenere il massimo effetto sul pubblico. Suonare i successi dei Queen a caso non avrebbe mai prodotto lo stesso risultato di quello che si ha ascoltando la sequenza pensata per un loro live. Così, di fronte ad una produzione che vede partecipare lo stesso May e Roger Taylor, che nel film ha il volto (anche questo molto somigliante) di Ben Hardy, dobbiamo pensare che persino questi due si siano sbagliati, che abbiano sbadatamente confuso alcuni momenti della loro vita? O forse si tratta dell’ennesima scaletta di fronte alla quale la regia si è chiesta se il pubblico si sarebbe infiammato di più con un finale sull’epilogo a tutti noto della vita di Mercury oppure con la differente scelta che vediamo nella pellicola? Viene proprio da pensare gli avvenimenti più salienti della Queen’s story ci siano stati proposti con qualche licenza artistica per assicurarci, ancora una volta, uno spettacolo impeccabile.

Realizzare il film sui Queen non è certo un lavoretto semplice e le vicende della pellicola lo dimostrano: un protagonista annunciato, Sasha Cohen, e poi cambiato con Rami Malek, una sceneggiatura riscritta ex novo da Anthony McCarten, un regista, Bryan Singer, che viene licenziato e sostituito con Dexter Fletcher per le ultime riprese e la post-produzione, pur restandone l’unico regista accreditato.

Per un biopic come questo, il grande nemico era soprattutto l’aspettativa. Di solito si entra al cinema conoscendo al massimo il trailer del film, gli attori e le anticipazioni dei media. In questo caso il pubblico in sala, se pensiamo ai fan, conosce ogni particolare della storia dei Queen, ha visto tutti i loro concerti, sa a memoria i testi delle canzoni, ha letto libri e altro ancora. Gli altri, i non fan, comunque non possono non conoscere i Queen. Il rischio di deludere era altissimo. E i delusi, infatti, non mancano, ma sono decisamente in minoranza. Su tutti un dato è incontrovertibile: i botteghini ci dicono che Bohemian Rapsody è già diventato il biopic musicale di maggior successo di tutti i tempi. Il merito va anche al protagonista Rami Malek. L’attore, che i rumors vogliono tra le nominations agli Oscar, si è sottoposto ad una preparazione estenuante anche dal punto di vista fisico: una dieta ferrea e allenamenti intensivi per somigliare il più possibile a Freddie e poter reggere le riprese dei 20 minuti di concerto al Live AID che consacrarono definitivamente i Queen alla storia.

Proprio per la resa dei momenti di spettacolo della band il film guadagna un posto tra le migliori produzioni del genere musicale. Per tutti coloro che avrebbero sempre desiderato assistere ad una performance della leggendaria band inglese questa è un’occasione da non perdere.

Anche la scelta del titolo del film appare coerente con il progetto cinematografico. Non si tratta della vita di Freddie Mercury, ma del successo di una band che creò un genere inconfondibile di cui forse Bohemian Rapsody ne è l’emblema. Quel pezzo, scritto interamente da Mercury, non avrebbe dovuto essere pubblicato come singolo secondo il loro produttore che lo definì “una mezza lirica di sei minuti composta di parole sconclusionate”: improponibile al pubblico! Oggi Bohemian Rapsody, con la sua struttura sorprendente e rivoluzionaria e con il suo testo misterioso, continua ad essere amata da milioni di persone e può definirsi solo con due parole: Bohemian Rapsody.

Editor Claudia Vigato

Photo darlin.it

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