Il sigaro non è (solo) un accessorio

Chi non ricorda Hannibal Smith degli A-Team che, masticando un sigaro, pronuncia la sua celebre “adoro i piani ben riusciti”? Chi non ha in mente il viso sofferente di Clint Eastwood spuntare dietro un sigaro? E che dire di Hellboy che accende il suo con lo Zippo, finché non gli fanno notare che sarebbe meglio usare un fiammifero?

A-Team

Il fatto è che, per tutti questi personaggi come per molti altri, un sigaro non è solo “un sigaro”, bensì è parte di un linguaggio. Un linguaggio che, si badi bene, non è dei personaggi di per sé, bensì degli sceneggiatori che usano il sigaro come un vero e proprio accessorio di scena.

È celeberrima la risposta che Sergio Leone diede al povero Clint, non fumatore, il quale sperava di poterne fare a meno: “non possiamo tagliare fuori il sigaro. È il protagonista!”.

A distanza di cinquant’anni, mentre le sigarette stanno scomparendo dal grande schermo, il sigaro resiste ed è ancora utilizzato per caratterizzare in modo sottile alcuni personaggi, uno strumento del quale gli sceneggiatori continuano a servirsi.

Ma non è di cinema che voglio parlare, bensì di quanto avviene sul palcoscenico delle relazioni sociali, laddove noi tutti siamo sceneggiatori, registi e attori a un tempo, che lo vogliamo o meno. Spesso si dice che l’abbigliamento è un modo di comunicare qualcosa di noi stessi: nel mondo vero il sigaro viene dunque trattato come un accessorio di scena?

Sì, senza dubbio. E anche spesso.

Tanto per dire, in altri tempi i sigari erano ritratti persino in mano ai bambini. All’inizio del secolo scorso, infatti, era piuttosto comune fotografare i figli con sigari e sigarette in mano. Era un accessorio per comunicare qualcosa, magari per segnare un momento di passaggio.

Qualcosa del genere avviene anche oggi, nella vita di tutti i giorni.

D’altra parte, quanti di noi possono serenamente proclamare di non essersi mai guardati allo specchio col sigaro in bocca? E che dire dei selfie?

Sia ben chiaro che io non ho nulla in contrario: il sigaro è anche un accessorio, c’è poco da fare. Lo è tanto per il signorotto che vuol sfoggiare costosi sigari esteri, magari guidando una fuoriserie, quanto per il radical chic che vuol mostrarsi coi toscani in bocca, come se ancora fossero sigari del popolo. Per inciso, il popolo, ammesso che questa parola significhi qualcosa, fuma sigarette o, al più, sigarette elettroniche. Quando poi vedo qualcuno sfoggiare sigari aromatizzati io penso sempre ai sigari di cioccolato di quando ero bambino, ma lasciamo andare.

Ciò che mi preme sottolineare, però, è che il sigaro non è né deve diventare solo un accessorio. Può esserlo, anche, ma guai se tutti lo considerassimo solo questo.

Non è una cintura, una spilla o una pochette!

Il sigaro pertiene alla sfera del gusto e, per quanto sia legittimo farlo, non andrebbe mai ridotto a status symbol. Non vorrete far la fine di quei tizi che al ristorante ordinano solo in base al prezzo delle pietanze?

Ma in un distopico universo di poser, nel quale il sigaro è alla stregua di una cintura, che ne sarebbe della qualità? Stando così le cose, le aziende finirebbero con lo spendere più in posizionamento del brand che in qualità del prodotto.

È questo che vogliamo?

O forse sta già accadendo?

Fatevi tutti i selfie che volete, lasciate che chi lo vuole usi il sigaro come una coppia di gemelli, un surrogato del fallo o come preferisce, ma non scordatevi di fumare, almeno di tanto in tanto, per il gusto di farlo. Quello che tenete in bocca non è solamente un accessorio di scena, ma è gusto, tempo, impegno, godimento e cultura. Imparate ad apprezzarlo per quello che è, tanto come accessorio vale tutto sommato poco: uno sciocco con un sigaro in bocca, infatti, non diventa più intelligente o affascinante, resta uno sciocco col sigaro in bocca.

by Maurizio Capuano

photo text Corriere

 

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