Moda

Artistar 2019. Naturalismo e astrazione nel gioiello contemporaneo

Le origini fiorentine di Letizia Lenzi, creatrice del brand DeaMatris, sono invece ben ravvisabili nell’ottone martellato e nelle forme arcaiche di derivazione etrusca – accostate all’uso di pietre dure quali lapislazzuli e perle – che tanto richiamano una certa tribale antichità mediterranea.

Lo stesso tema naturalistico, questa volta con chiaro riferimento alle piante carnivore, è poi alla base di CARNIVOROUS, collezione SS20 di futuroRemoto Gioielli – presentata alla Casa del Pane di Porta Venezia, dove il designer salentino Gianni de Benedittis proprio alla distesa voracità e alla sinuosa violenza delle dette piante si è voluto ispirare, dando vita a una natura (morta) distorta, fortemente soggettivizzata; una natura, per così dire, poco naturalistica: irrimediabilmente filtrata dall’occhio creativo. È forse una natura cattiva, di derivazione romantica, quella di de Benedittis, fatta di aculei, spine, dentelli e tratti sensualmente spigolosi ricreati nella duttilità del metallo, ma tutto sommato innocua; certamente affascinante per forme e colori, fonte inesauribile d’ispirazione per qualsivoglia forma d’arte.

Contrapposto a ciò vi è poi l’indagine sulla natura-figura umana, sulla percezione del sé,  perché no?, tramite il gioiello. Che, nelle opere – veri e propri marchingegni – dell’artista Cinese Xiaohui Yang, dimentica la funzione di mero orpello decorativo, assurgendo a mezzo filosofico per la scoperta di se stessi, macchinario di sapore leonardesco tramite il quale vedersi, indovinarsi quasi attraverso un occhio estraneo, altro, distaccato nel senso più letterale del termine e, infine, (auto)riprodursi: cyber-arcaico tentativo di congelamento e definizione del sé all’epoca del self(ie)-made man.

La figura umana viene, nel gioiello contemporaneo, non solo indagata, ma anche voracemente smembrata: si pensi agli pseudo orecchini-orecchio di Gucci, con meta-orecchino inserito nella protesi dorata; ai guanti-mano incrostati di cristalli, con tanto di unghie rosse laccate, di Schiaparelli. Oppure, per restare in ambito Artistar, alle spille-arto della ceca Petra Mohylova, dove l’amputazione permette al moncone di elevarsi allo status di iperbolica sineddoche, a rappresentazione dei bisogni dell’uomo postmoderno: la necessità di ascoltare ed essere ascoltati, non solo di udire – e via discorrendo.

La rassegna Artistar è allora certamente riuscita nell’arduo compito di porre interrogativi, e mostrare il gioiello come forma d’arte dalle infinite sfumature e interpretazioni. Siete ancora sicuri si tratti solo di accessori?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

by Silvia Maggi stylist

photo Artistar

Gucci.com

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